venerdì 4 maggio 2012

Vi spiego qualcosa sulla disoccupazione


Diffusi ieri gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana. Giornali e tg allarmati hanno sbandierato un 9,8% record. Ma cosa significa questo dato buttato così?
Pochi, pochissimi media hanno dettagliato le motivazioni dell'aumento della percentuale di disoccupazione, lasciando ai cittadini l'interpretazione del dato, il quale, molto facilmente, può essere travisato.

I disoccupati in più rispetto all'anno passato sono circa 500.000 unità.
Quanti sono gli occupati in meno, sempre rispetto a 365 giorni addietro? Circa 88.000 unità.
Come si spieghi questa differenza è presto detto.

Per il calcolo dei dati sull'occupazione, la popolazione di uno stato viene suddivisa tra attiva e inattiva. Nella prima rientra, convenzionalmente a livello internazionale, chi è tra i 15 e i 64 anni. E proprio su questa vengono stabilite le varie percentuali.
Nella popolazione attiva riconosciamo la forza lavoro: somma dei lavoratori e delle persone in cerca di lavoro, ovvero i disoccupati. Il rapporto tra la forza lavoro e la popolazione attiva indica il tasso di partecipazione. Questo dato è utile per verificare che molte persone, pur facendo parte della popolazione attiva, sono comunque classificate fuori dalla forza lavoro: sono individui che pur non avendo un impiego, non lo stanno cercando.

Dopo aver definito questi semplici concetti, dovrebbe iniziare ad apparire più chiaro cosa ha generato l'aumento della disoccupazione italiana nell'ultimo anno. La differenza tra i 500.000 disoccupati in più e gli 88.000 occupati in meno è rappresentata da individui che non hanno e non avevano un'occupazione ma che, a differenza di dodici mesi fa, ora la stanno cercando attivamente. Che anche questo fenomeno sia dovuto alla crisi è molto probabile, anzi, diciamo pure quasi certo. Quello che vorrei sottolineare è la differenza fondamentale che risiede in un aumento della disoccupazione dovuto a fallimenti e licenziamenti ed uno causato “semplicemente” da un aumento del tasso di partecipazione.

Con questo non voglio assolutamente sottovalutare il terribile dato italiano del mercato del lavoro, tuttavia, mi pare doveroso precisare cose che spesso i giornalisti ignorano, volontariamente o meno.

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